Se stai leggendo questo articolo, è perché oggi avevo semplicemente voglia di condividere una riflessione sul mio lavoro. Non una teoria sul coaching o una spiegazione tecnica da manuale.

Solo uno spunto, molto concreto, che forse è anche uno dei modi più semplici per capire cosa fa un coach e, più nello specifico, cosa faccio io.

La vita di un coach varia molto.

A volte ti trovi davanti a un executive che deve prendere decisioni importanti, gestire pressione, responsabilità, persone, aspettative, visione. In quei casi il coaching può diventare uno spazio raro: un luogo in cui fermarsi, ascoltare meglio ciò che sta accadendo, distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante (sembra banale ma sono due cose profondamente diverse a volte), ritrovare lucidità.

Altre volte incontri una persona in un momento di passaggio. Magari non c’è un tema aziendale, non c’è una grande decisione strategica, non c’è un obiettivo di performance, c’è però una domanda personale, una fase di cambiamento, qualcosa che chiede di essere guardato con più attenzione.

E poi ci sono gli atleti.

Continuo a seguirli con grande piacere, e mi danno molta soddisfazione. Dall’esterno può sembrare che con un atleta tutto ruoti intorno al risultato: la gara, il tempo, la prestazione, il miglioramento. E certo, il risultato conta, sarebbe ingenuo dire il contrario.

Ma più lavoro con loro, più mi accorgo che la parte più interessante non è solo vedere se vanno più forte, se vincono, se raggiungono un obiettivo o se migliorano una prestazione.

La parte più bella è vedere come cambiano come persone.

Cambiano nel modo in cui si ascoltano, nel modo in cui stanno dentro la pressione. Nel modo in cui reagiscono a un errore, a una giornata storta, a una fase in cui le cose non girano. Cambiano nel rapporto con il limite, con la fatica, con l’aspettativa, con il giudizio. Fondamentalmente cambiano il rapporto con sé stessi.

A volte il progresso vero non è immediatamente visibile da fuori. Non è sempre un numero, un tempo, una classifica, una decisione presa più velocemente, avolte il progresso si vede nel modo in cui una persona inizia a stare diversamente dentro quello che fa.

Per me il coaching passa anche attraverso il corpo.

Semplicemente perché il corpo spesso dice cose che la testa non ha ancora messo bene in ordine, e questo è un elemento fondamentale, anzi, centrale. E lo dico da chi lavora sul corpo da 25 anni, e da Three Brains Intelligence Coach:

La testa cerca chiarezza.
Il cuore cerca senso e connessione.
La pancia cerca sicurezza, coraggio e possibilità di agire.

Quando queste parti cominciano a parlarsi un po’ meglio, cambia anche il modo in cui una persona decide, si muove, sceglie, comunica, affronta ciò che ha davanti.

Questo vale per un executive come per una persona che attraversa un cambiamento personale. E vale per un atleta.

I contesti sono diversi, ma il punto centrale resta simile: prima del ruolo, prima dell’obiettivo, prima del risultato, c’è sempre una persona.

E forse una delle cose più appaganti dell’essere coach è proprio questa: avere il privilegio di accompagnare persone molto diverse tra loro e vedere, a volte da vicino e a volte con discrezione, piccoli passaggi in cui diventano un po’ più presenti, più solide, più vere.

Non “altre” rispetto a ciò che sono, ma più sé stesse.

Quindi? Nel lavoro, nella vita, nello sport, prima del risultato c’è sempre la persona.

Volevo semplicemente condividere questo.

Se vuoi capire meglio come il coaching può aiutarti in una fase di decisione, cambiamento o performance, puoi contattarmi e raccontarmi cosa stai attraversando. Da lì capiamo insieme se ha senso fare un primo incontro.