Se stai cercando un coach a Torino oppure un coach online, prima o poi arriva una domanda molto semplice:
come faccio a capire qual è il coach giusto per me?
La tentazione può essere quella di cercare una classifica, una particolare certificazione, il curriculum più lungo o semplicemente chi compare per primo in una ricerca; credo sia più utile guardare la questione in un altro modo.
Non esiste necessariamente un coach “migliore” in assoluto, semmai esiste un professionista che può essere più o meno adatto a te, al momento che stai attraversando, al tema su cui vuoi lavorare e anche al tipo di relazione che riesci a costruire con lui.
Ecco quindi 8 possibili domande che possono aiutarti a scegliere con maggiore chiarezza.
1. Il coach ti dice cosa devi fare?
Da Coach Professionista credo che questo è il primo punto da chiarire.
Un coach non è la persona che prende le decisioni al posto tuo. Ma questo non significa limitarsi ad ascoltarti mentre racconti il problema.
Il coaching mette la persona al lavoro: una decisione che continui a rimandare, una situazione professionale che si ripete, un obiettivo verso il quale procedi a intermittenza, una parte di te che vuole cambiare mentre un’altra continua a frenare.
Il lavoro consiste nel portare tutto questo sul tavolo e, attraverso specifiche metodiche e esercizi distinguere fatti e interpretazioni, riconoscere automatismi e convinzioni, vedere possibilità che prima non consideravi e trasformare ciò che emerge in scelte e azioni concrete.
Il coach non ti consegna la sua risposta, ti aiuta a sviluppare la tua capacità di leggere meglio una situazione, vedere con maggiore chiarezza, vedere quali comportamenti sono da modificare, prendere posizione e costruire una risposta che sia realmente tua.
Per questo considero il coaching un lavoro molto pratico:
vedere meglio, per scegliere meglio e poter agire diversamente.
La International Coaching Federation pone infatti al centro del coaching la partnership tra coach e cliente e la responsabilità del cliente rispetto alle proprie scelte.
Per come intendo io il coaching, il risultato non dovrebbe essere dipendere dalle risposte del coach, ma diventare progressivamente più capace di trovare e sostenere le proprie.
2. Quale formazione ha seguito?
È una domanda assolutamente legittima.
Nel mondo del coaching c’è molta confusione: esistono percorsi formativi, associazioni professionali, metodologie e specializzazioni differenti.
Non credo sia utile trasformarle automaticamente in una classifica. Possono però aiutarti a comprendere meglio il professionista che hai davanti. Può essere utile sapere:
- dove si è formato;
- da quanto tempo lavora nel coaching;
- se continua ad aggiornarsi;
- se appartiene ad associazioni professionali;
- quali approcci utilizza;
- con quali tipologie di persone e situazioni lavora maggiormente.
Nel mio caso sono membro della International Coaching Federation – ICF e ho completato un percorso di Executive Coaching presso la Escuela Europea de Coaching. Ma la mia formazione nel coaching è soltanto una parte di un percorso professionale molto più ampio e trasversale, che continua a influenzare profondamente il mio modo di lavorare.
3. Quanta esperienza porta nel suo lavoro?
Formazione ed esperienza non sono la stessa cosa. Un professionista all’inizio del proprio percorso può avere ottime competenze, mentre un altro può portare molti anni di esperienza con persone, professionisti o sportivi.
Non significa che uno sia automaticamente migliore dell’altro, ma l’esperienza è certamente uno degli elementi che puoi valutare.
Io mi occupo specificamente di coaching dal 2009 e porto nel mio lavoro oltre 25 anni di esperienza professionale legata al corpo e alla persona. Nel tempo queste dimensioni si sono incontrate sempre di più: per me ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, il modo in cui reagiamo e il modo in cui agiamo non appartengono necessariamente a mondi completamente separati.
Significa portare nel coaching una sensibilità particolare verso la complessità della persona, ed è sicuramente una delle caratteristiche del mio modo di lavorare.
4. Coaching, mentoring, consulenza e terapia sono la stessa cosa?
No, anche se nella pratica possono esistere alcune zone di contatto.
Coaching
Il coaching lavora principalmente affinché la persona sviluppi nuove prospettive, possibilità, scelte e azioni.
Mi piace sintetizzarlo così:
una domanda può diventare più chiara, una possibilità può diventare una scelta e una scelta può diventare azione.
Mentoring
Nel mentoring entra maggiormente in gioco l’esperienza del professionista, che può condividere prospettive, suggerimenti e ciò che ha appreso nel proprio percorso.
Consulenza
Il consulente mette a disposizione una competenza specifica e può analizzare la situazione proponendo strategie, indicazioni o soluzioni.
Terapia
La psicoterapia e gli interventi psicologici o sanitari appartengono ad ambiti professionali differenti. Il coaching non sostituisce questi percorsi quando sono necessari.
Nella realtà, però, i confini non sono sempre muri invalicabili.
Personalmente, in alcuni momenti di un percorso, posso decidere di condividere una mia esperienza o una prospettiva entrando temporaneamente in una modalità più vicina al mentoring. Quando lo faccio, per me è importante renderlo chiaro.
Ad esempio: in questo momento non ti sto facendo una domanda da coach, ti sto condividendo una mia esperienza o un mio punto di vista che credo possa esserti utile ora, poi sarai tu a decidere che cosa fartene.
Il punto è sapere che cosa stiamo facendo, perché lo stiamo facendo e mantenere chiaro il ruolo del professionista e quello del cliente.
5. Executive Coaching, Life Coaching o Sport Coaching?
Cambiano il contesto e il focus del lavoro.
Nell’Executive Coaching entrano maggiormente leadership, carriera, responsabilità, relazioni professionali, gestione delle persone, decisioni complesse, cambiamenti e performance.
Nel Life Coaching il punto di partenza può essere una scelta personale, una transizione, un progetto, una fase di cambiamento oppure semplicemente la sensazione che qualcosa non sia più coerente con la direzione che vuoi prendere.
Nello Sport Coaching e Mental Coaching possono diventare centrali performance, pressione, concentrazione, gestione dell’errore, continuità tra allenamento e competizione e qualità della risposta quando conta davvero.
Sono contesti diversi, ma dietro l’executive, il professionista, la persona in cambiamento o l’atleta rimane sempre una persona. Ed è proprio qui che questi mondi tornano spesso a incontrarsi.
6. Quale metodo utilizza il coach?
Non tutti i coach lavorano nello stesso modo.
Per questo, oltre a chiedere quali strumenti utilizza un professionista, può essere utile capire da quale idea di coaching parte e come quella formazione influenza concretamente il suo lavoro.
Nel mio caso parto dal coaching ontologico.
È un approccio che non guarda soltanto al problema o all’obiettivo, ma anche alla persona che sta osservando quella situazione: come la interpreta, quali possibilità riesce a vedere e come linguaggio, pensieri, emozioni e comportamenti influenzano le sue risposte.
A questa formazione ho successivamente affiancato il modello Three Brains Intelligence™, nel quale sono Coach certificato.
Il modello dei 3 Brains mi offre un’ulteriore chiave per lavorare su quelle situazioni nelle quali ciò che pensiamo razionalmente non coincide necessariamente con ciò che sentiamo o con ciò che poi facciamo.
Puoi sapere perfettamente cosa vorresti fare e continuare a non farlo.
Puoi avere già preso razionalmente una decisione e sentire che qualcosa continua a frenarti.
Puoi essere molto preparato e reagire diversamente quando aumenta la pressione.
Ed è spesso proprio in queste incoerenze che il lavoro diventa interessante, a tutto questo si aggiungono oltre 25 anni di esperienza professionale con il corpo e con le persone. Dall’incontro progressivo tra queste esperienze è nata anche la NEF™ – Neuro Emotional Facilitation, il metodo di facilitazione che ho sviluppato e che posso integrare nel percorso quando lo ritengo appropriato.
Non utilizzo quindi necessariamente lo stesso metodo con ogni persona.
Il coaching rimane la cornice principale, gli strumenti cambiano perché devono essere al servizio della persona e del lavoro che stiamo facendo, non il contrario.
7. Ti senti veramente libero con quel coach?
Curriculum e metodologia contano, ma poi arriva la relazione, e il coaching richiede una grande dose di fiducia.
La fiducia necessaria per portare non soltanto ciò che hai già compreso e sai raccontare bene, ma anche ciò che non hai ancora perfettamente ordinato dentro di te. A volte persino qualcosa che non hai ancora avuto il coraggio di dire fino in fondo nemmeno a te stesso.
Per questo considero importante un primo incontro esplorativo, serve a te per capire come ti senti nel lavorare con me e serve a me per comprendere ciò che stai cercando e se penso realmente di poterti essere utile.
E può anche succedere che io ritenga di non essere il professionista più indicato per una particolare esigenza, anche questo, per me, fa parte della professionalità.
8. Il coach sa spiegarti come lavorerete insieme?
Prima di iniziare dovrebbe esserci sufficiente chiarezza almeno su alcuni aspetti:
- su quale tema lavorare;
- quale può essere il formato del percorso;
- quale ruolo avrà il coach e quale il cliente;
- frequenza e modalità degli incontri;
- riservatezza e confini professionali;
- come verificare nel tempo se il percorso sta producendo qualcosa di utile.
Non tutto deve essere rigidamente stabilito dall’inizio, un percorso può cambiare insieme alla persona, ma dovresti poter comprendere cosa state facendo, perché e verso quale risultato state lavorando.
Coach a Torino, online oppure in modalità ibrida?
Anche qui non esiste una soluzione migliore in assoluto.
Ad esempio io lavoro in presenza a Torino, online con clienti in Italia e all’estero e anche in modalità ibrida, alternando sessioni di persona e online quando questa soluzione è più adatta.
Per alcune persone l’incontro fisico crea uno spazio particolarmente utile per uscire dalla quotidianità e concentrarsi sul lavoro, per altre l’online permette maggiore continuità e flessibilità. In altri casi la soluzione ideale può essere proprio quella ibrida: alcuni incontri in presenza, altri online.
La domanda è semplice:
quale modalità ti permette di essere realmente presente e dare continuità al percorso?
Il mio modo di lavorare: esperienza e trasversalità
Se dovessi scegliere una parola per descrivere il mio percorso professionale sarebbe probabilmente trasversalità.
Negli anni ’90 ho studiato in California e nel 1997 sono stato allievo di Bruce H. Lipton nel corso Fractal Biology presso il Life Chiropractic College West.
Negli anni successivi ho continuato a formarmi con professionisti e formatori internazionali. Dal 2009 mi occupo specificamente di coaching, ho completato la formazione in Executive Coaching, sono membro ICF e Coach certificato Three Brains Intelligence™.
Da questo percorso e dall’incontro tra coaching e oltre 25 anni di esperienza professionale con il corpo e con le persone è nata nel tempo anche la Neuro Emotional Facilitation – NEF™.
Non considero questa trasversalità una collezione di titoli, ma è ciò che mi permette di non guardare soltanto il problema che una persona mi porta, ma anche come quella persona sta dentro quel problema:
- Che cosa continua a ripetersi.
- Dove esiste una distanza tra ciò che dice di volere e ciò che riesce realmente a fare.
- Come cambia la sua risposta quando aumenta la pressione.
- Quali possibilità non sta ancora riuscendo a vedere.
Il mio lavoro non è dirti chi dovresti diventare o consegnarti la mia soluzione: è aiutarti ad arrivare più vicino al punto vero, quello dal quale puoi iniziare a vedere, scegliere e agire in modo diverso.
Perché capire qualcosa durante una sessione è importante, ma ciò che conta davvero è che cosa riesci a farne quando torni nella tua azienda, nella tua vita, nelle tue relazioni o nel tuo sport.
Come capire se sono il coach adatto a te?
Puoi informarti sulla formazione, sull’esperienza e sul metodo, è giusto farlo, ma a un certo punto c’è un modo molto semplice per scoprirlo:
portare una situazione reale e vedere che cosa succede quando iniziamo a lavorarci insieme.
Una decisione.
Un cambiamento.
Una difficoltà che continua a ripetersi.
Una performance che vuoi sviluppare.
Oppure semplicemente: “So che qualcosa deve cambiare, ma non so ancora bene da dove partire.”
Non devi avere già la domanda perfetta, possiamo iniziare proprio da lì.
Spero che queste domande ti permettano nuove riflessioni nella scelta di un coach adatto a te!
