Viviamo in un tempo in cui siamo sempre connessi, ma non sempre davvero presenti.
Siamo raggiungibili in ogni momento, esposti continuamente a notifiche, messaggi, video, notizie, contenuti, urgenze, richieste. E mentre tutto questo accade, spesso non ci rendiamo conto di quanto il sovraccarico digitale stia incidendo non solo sulla nostra attenzione, ma anche sul nostro equilibrio interiore.
Questo riguarda tutti. Ma riguarda in modo particolare i genitori. Perché oggi essere genitori non significa solo crescere dei figli. Significa farlo dentro un mondo iperconnesso, veloce, frammentato, pieno di stimoli, dove anche i bambini e gli adolescenti sono sempre più immersi in un flusso continuo di input che può facilmente allontanarli da sé stessi.
E allora la domanda importante non è solo: come proteggere i figli dall’eccesso digitale?
La domanda, forse ancora più importante, è:
come possiamo ritrovare per primi noi adulti una maggiore centratura, presenza e connessione con noi stessi?
Perché è da lì che tutto inizia.
Prima la maschera a te, poi al bambino
C’è un’immagine molto semplice, ma potentissima, che tutti conosciamo.
Quando su un aereo vengono date le istruzioni di sicurezza, ci viene detto chiaramente che, in caso di emergenza, dobbiamo indossare prima noi la maschera dell’ossigeno e solo dopo aiutare i bambini.
Perché? Perché se noi andiamo in affanno, perdiamo lucidità o collassiamo, non potremo davvero aiutare nessuno.
Questa immagine vale moltissimo anche nella vita familiare di oggi.
Se un genitore è costantemente sovrastimolato, stanco, scollegato dal proprio sentire, assorbito dal rumore esterno, sarà inevitabilmente più difficile per lui o per lei offrire ai figli presenza vera, stabilità emotiva, ascolto e guida.
Non si tratta di essere perfetti.
Si tratta di essere più presenti.
Più centrati.
Più in contatto con sé stessi.
Perché i figli non hanno bisogno di genitori impeccabili.
Hanno bisogno di adulti abbastanza presenti da poter essere un punto di riferimento.
Il problema non è solo il tempo davanti agli schermi
Quando si parla di iperconnessione, spesso ci si ferma alla superficie.
Quante ore online.
Quanto tempo al telefono.
Quanto social.
Quanto gaming.
Quanta distrazione.
Sono aspetti importanti, certo. Ma non bastano da soli a spiegare che cosa stia succedendo davvero.
Il tema non è solo quanto siamo connessi.
Il tema è come questa connessione continua cambia il nostro stato interno.
Quando viviamo troppo esposti agli stimoli digitali, tendiamo a stare sempre “fuori”: fuori da noi, fuori dal corpo, fuori dal ritmo naturale dell’ascolto.
Diventiamo più veloci, ma meno presenti.
Più informati, ma meno centrati.
Più reattivi, ma meno connessi.
E questo non accade solo ai ragazzi.
Accade anche agli adulti.
Anzi, spesso accade prima agli adulti.
Testa, cuore e pancia: tre centri da ritrovare
Per comprendere meglio tutto questo, può essere utile usare il modello dei tre cervelli.
Detto in modo semplice, possiamo vedere l’essere umano come un sistema che si organizza attraverso tre grandi centri:
- la testa, legata al pensiero, all’interpretazione, all’analisi, alla comprensione;
- il cuore, legato al sentire, ai valori, alla connessione, alla relazione;
- la pancia, legata all’istinto, alla sicurezza, ai confini, alla presenza più immediata e profonda.
Quando questi tre centri comunicano bene tra loro, ci sentiamo più coerenti, più stabili, più presenti. Quando invece si scollegano, iniziamo a vivere una frammentazione interna:
pensiamo una cosa, ne sentiamo un’altra e reagiamo in un terzo modo.
Questo accade molto più spesso di quanto immaginiamo.
Un genitore può sapere razionalmente che dovrebbe essere paziente, ma sentirsi internamente saturo e reagire di scatto.
Può voler essere presente, ma avere la mente continuamente dispersa.
Può amare profondamente i propri figli, ma sentirsi svuotato e senza spazio interno.
Non è mancanza di buona volontà. Spesso è mancanza di centratura.
L’iperconnessione spegne alcune parti di noi
Uno degli effetti più sottili della vita iper-digitale è che tende a farci vivere soprattutto nella testa.
Pensiamo, scorriamo, rispondiamo, controlliamo, organizziamo, ci preoccupiamo, confrontiamo, anticipiamo.
Ma intanto rischiamo di perdere contatto con il cuore e con la pancia.
Con il cuore, cioè con ciò che sentiamo davvero, con la qualità della relazione, con la nostra verità emotiva.
Con la pancia, cioè con i segnali più profondi di sicurezza, confine, intuizione, radicamento.
E quando questo accade, il genitore può continuare a funzionare, ma sempre più “di testa”, sempre più in automatico, sempre più in modalità gestione.
Gestisce impegni.
Gestisce problemi.
Gestisce tempi.
Gestisce figli.
Gestisce stanchezza.
Ma spesso, nel frattempo, perde il contatto con sé. E quando perdi contatto con te, diventa molto più difficile aiutare un bambino o un adolescente a ritrovare sé stesso.
I figli sentono più di quanto ascoltino
Questo è un punto importante.
I figli, soprattutto i bambini, non imparano solo da ciò che diciamo. Imparano moltissimo da ciò che trasmettiamo, “assorbono” i nostri comportamenti.
Sentono il nostro stato.
Sentono la nostra presenza.
Sentono la nostra fretta.
Sentono la nostra ansia.
Sentono la nostra centratura, oppure la sua assenza.
Anche gli adolescenti, pur sembrando lontani o oppositivi, percepiscono molto più di quanto facciano vedere.
Ecco perché il tema non è soltanto “insegnare ai figli a usare bene il digitale”.
Il tema è anche:
che qualità di presenza portiamo noi nella relazione?
Siamo davvero lì quando siamo con loro?
Siamo internamente disponibili?
Oppure siamo fisicamente presenti ma mentalmente altrove, emotivamente scarichi, istintivamente in difesa?
Lavorare su questo cambia tantissimo.
Prima aiutare sé stessi, poi accompagnare i figli
Molti genitori sentono il desiderio sincero di aiutare i propri figli a stare meglio, ad avere più equilibrio, meno dipendenza dagli schermi, più presenza, più serenità.
Ed è un desiderio bellissimo.
Ma spesso si dimentica un passaggio fondamentale:
per accompagnare davvero un figlio, bisogna prima tornare in contatto con sé stessi.
Non per egoismo.
Non per mettere sé prima degli altri in senso narcisistico.
Ma perché un adulto centrato aiuta molto più di un adulto sovraccarico.
Un genitore che ritrova più contatto con la propria testa, il proprio cuore e la propria pancia:
- ascolta meglio,
- reagisce meno in automatico,
- mette confini con più chiarezza,
- trasmette maggiore sicurezza,
- comunica con più coerenza.
In altre parole: diventa un riferimento più stabile.
Ed è proprio questo che oggi fa la differenza.
La disconnessione non è solo spegnere un telefono
Quando parliamo di disconnessione, non stiamo parlando solo di staccarsi da uno schermo per qualche ora. Quella è solo una parte.
La vera disconnessione, oggi, è anche la possibilità di uscire per un momento dal rumore continuo, dal fare incessante, dall’iperattivazione mentale, per tornare a sentire che cosa succede dentro di noi.
È uno spazio in cui rallentare.
Osservare.
Respirare.
Ascoltare.
Uno spazio in cui tornare a percepire:
- che cosa mi sta dicendo la mia testa?
- che cosa sente il mio cuore?
- che cosa sta segnalando la mia pancia?
Quando questo succede, qualcosa cambia.
Si abbassa il rumore.
Si recupera lucidità.
Si torna più presenti.
Si ricrea uno spazio interno.
E da quello spazio si può tornare a casa, ai figli, alla relazione, in un modo diverso.
Una mattinata per i genitori: riconnettersi per poi accompagnare meglio
È anche da questa visione che nasce la mattinata che terrò domenica 22 Marzo alla Casa delle Meraviglie di Torino, all’interno della giornata dedicata alla disconnessione e ai patti digitali, in collaborazione con Tuconzero.
Sarà uno spazio pensato anche per i genitori.
Mentre i bambini potranno vivere momenti di gioco, intrattenimento e attività dedicate, i genitori avranno la possibilità di fermarsi e dedicarsi a una esperienza di circa due ore e mezza di Neuro Emotional Facilitation™.
Non sarà una lezione teorica da ascoltare passivamente.
Sarà un’occasione per fare esperienza diretta di riconnessione con sé stessi, con i propri centri interni, con il proprio modo di funzionare sotto stress, sotto pressione, sotto iperconnessione.
L’obiettivo non è diventare “perfetti”. L’obiettivo è diventare più consapevoli e più presenti.
Più capaci di riconoscere quali parti di noi si attivano, quali si spengono, quali prendono troppo il comando e quali invece vengono messe da parte nella vita quotidiana digitale.
Perché più comprendiamo noi stessi, più possiamo poi accompagnare con intelligenza e umanità anche i nostri figli.
La Neuro Emotional Facilitation™ come spazio di ritorno a sé
La Neuro Emotional Facilitation™ nasce da un lavoro di anni sul corpo, sull’osservazione della persona, sulle dinamiche emotive, sul cambiamento e sull’integrazione. Alla base c’è una convinzione semplice ma potente:
molte persone oggi non hanno bisogno di altre informazioni. Hanno bisogno di ritrovarsi.
Hanno bisogno di recuperare ascolto, presenza, contatto interno, coerenza tra ciò che pensano, ciò che sentono e ciò che percepiscono più profondamente. Per un genitore questo è ancora più importante.
Perché quando si ritrova un po’ più centrato dentro di sé, cambia il modo di stare nella relazione educativa.
Cambia il tono.
Cambia la qualità dell’ascolto.
Cambia la capacità di mettere limiti.
Cambia la possibilità di non reagire sempre in automatico.
Cambia il clima.
E spesso, quando cambia davvero l’adulto, cambia anche qualcosa nel bambino.
Una domanda utile da portarsi via
Forse una delle domande più utili, oggi, per un genitore è questa:
in questo periodo sto cercando di aiutare mio figlio a regolarsi, oppure sto cercando prima io di ritrovare la mia centratura?
Perché le due cose sono collegate molto più di quanto pensiamo.
E forse, in un mondo che spinge tutti verso l’esterno, uno dei regali più grandi che possiamo fare ai nostri figli è questo:
tornare più presenti a noi stessi,
per poter essere più presenti anche per loro.
